Benvenuti nel Sito di chi ama la Fotografia

Metodologia dell’osservazione:
l’osservazione come approccio teorico-metodologico

Il mondo in cui viviamo si fonda su una civiltà visiva, di immagini, che privilegia la vista, su cui l’individuo pensa di possedere un controllo maggiore, agli altri sensi. Sin dall’antichità, le varie culture hanno espresso le loro idee/ideali attraverso le rappresentazioni visive. È attraverso la percezione visiva che l’uomo principalmente entra in rapporto con il mondo esterno. Ci sono molte e importanti citazioni a testimonianza che l’occhio permette all’uomo di riconoscere il mondo come altro da sé, di costruire la propria identità culturale, il proprio senso di appartenenza sociale ed esprimere la propria soggettività. Sin dalla polemica filosofica fra Aristotele e Platone, quindi fra il primato della conoscenza sensibile del primo verso la conoscenza intellettiva del secondo, si può evincere che l’osservazione era già considerata l’attività cognitiva primaria per l’acquisizione di conoscenza: “Non è possibile conoscere intellettualmente qualcosa di cui prima non si abbia avuto sensazione” (Aristotele, De Anima, 354 a.C.) e qualche secolo più tardi “Le cose mentali che non sono passate per il senso, sono vane e false” (Leonardo da Vinci, Quaderni di anatomia, 1510). E’ però giusto e corretto pensare alla percezione sensoriale e al ragionamento come momenti distinti di un unico processo in cui una necessita dell’altra; successione dove però l’osservazione precede e conduce al pensiero e alla classificazione, infatti “Non si può mai pensare senza un’immagine” (Aristotele, De Anima, 354 a.C.).

Prefazione dovuta per introdurre la parte propriamente scientifica, di metodo, anzi di survey method. Nell’ambito delle scienze sociali esiste una procedura di indagine, l’osservazione partecipante, in cui la relazione che si crea tra osservatore e osservato è un momento privilegiato e consente una conoscenza più intima dell’“oggetto” di studio. L’obiettivo principale per il quale viene adottata è quello di osservare la realtà studiata, colta in ogni suo aspetto e a contatto con essa. Non sono importanti i fenomeni oggettivi, bensì i significati attribuiti a essi.
VANTAGGI CONSIGLI
CAPACITA' DI ISOLARE SETTORI DELLA REALTA' CHE SI OFFRONO AD OSSERVAZIONI SUCCESSIVE E DETTAGLIATE
ACCOMPAGNARE LE FOTO CON ALTRE CHE RENDANO IL CONTESTO
CAPACITA DI SINTESI
ANNOTAZIONE DI TEMPO "PRINCIPIO DI COMPLEMENTARIETA': IMMAGINE INTERPRETATA DALLA PAROLA, CHE ACQUISTA MAGGIOR FORZA DALL'IMMAGINE" E CARATTERISTICHE TECNICHE "FORMATO"
GRANDE FRUIBILITA'
 

M. Mead and G. Bateson, The

balinese character, 1942

Fotografia e sociologia: cenni storici

La macchina fotografica rappresenta il prolungamento “naturale” dell’occhio umano ed una fotografia, per le scienze sociali, può essere considerata una fonte. Questo potrebbe bastare per intuire i motivi del suo utilizzo. La fotografia, che letteralmente significa scrivere con la luce, è un prodotto culturale e un atto selettivo, nonché una forma di comunicazione con funzioni informative, documentarie e descrittive. Proprio per queste sue caratteristiche ha avuto, fin dalla sua nascita (approssimativamente la stessa data della sociologia, prima metà dell’800), contatti con le scienze sociali anzi, è stata utilizzata da queste per rilevare e far emergere le anomalie urbane delle società industriali e le contraddizioni dello sviluppo economico quali la migrazione, la sovrappopolazione, il lavoro, il lavoro minorile, l’alienazione, l’emarginazione dei contesti poveri e sub - culturali, la devianza e la marginalità (tutte questioni aperte all’interno dei primi slums) fino a far nascere l’equivalenza fotografia = documento = testimonianza.

La storia delle immagini del sociale inizia nel XVIII secolo che, grazie alle fotografie, rende possibile registrare e restituire la realtà quotidiana anche se dinamica, sfuggente e inaccessibile. Inizialmente è uno strumento adottato dall’etnologia, dall’etnografia e dall’antropologia culturale. Il primo caso degno di nota, di istantanee non più considerate mero accompagnamento illustrativo ma come fonti originali, è quello dell’American Journal of Sociology, che tra il 1896 e il 1916 sperimenta il rapporto complementare e di reciproca stima, attraverso una fertile ma breve collaborazione tra sociologia e fotografia concerned, di due diverse modalità espressive quali il segno grafico e il segno figurale. Il direttore della rivista, A. Small, istituì nel 1892 il dipartimento di Sociologia dell’Università di Chicago, da cui si sviluppò quell’indirizzo di pensiero sociologico che comunemente viene indicato con la Scuola di Chicago e da cui prese le mosse la Sociologia visuale.

Alla fotografia viene riconosciuta una grande utilità euristica, ma per confermarla ci deve essere un uso motivato della fotografia stessa; motivazioni dettate dagli scopi e dalle intenzioni del soggetto che fotografa. In effetti, ciò che differenzia le immagini iconografiche non è tanto il contenuto quanto le interpretazioni e gli utilizzi che se ne fanno: "La realtà umana, non può trovarsi nella fotografia, ma nell'intenzione del fotografo" (F. Ferrarotti, Dal documento alla testimonianza. La fotografia nelle scienze sociali, 1974). L’immagine fotografica rappresenta il prodotto tra la realtà e l’interpretazione di quella realtà da parte del fotografo. La fotografia, dotata della doppia natura mezzo di riproduzione e di espressione, non è l’esatta riproduzione della realtà. I significati che le immagini assumono, solo convenzionalmente possiamo definirli oggettivi, dato che dipendono da meccanismi percettivi interiorizzati socio-culturalmente. La fotografia non restituisce la realtà oggettiva, ma spezzoni soggettivi della realtà, una soggettività variabile nel tempo e nelle circostanze e che passa attraverso il fotografo e il fruitore del prodotto. Da qui la polisemia dell’immagine, legata ai valori culturali della società e all’interazione fra oggetto fotografato, soggettività del fotografo e caratteristiche tecniche della macchina, a cui va aggiunta la soggettività dell’osservatore. Come ogni forma di conoscenza, la fotografia, è un’impresa umana volontaria, storicamente e socialmente determinata. Proprio il contesto socioculturale, in cui l’atto del fotografare e quello dell’interpretare avvengono, può porre dei limiti a tali soggettività, dovuta al fatto che “per interpretare un documento iconico non occorre passare attraverso un codice” (R. Barthes, La camera chiara, 1980). I codici visivi, segni accettati convenzionalmente, sono suddivisibili in due dimensioni: una denotativa (l’oggetto rappresentato, il contenuto della foto) e una connotativa (gli scopi rappresentativi dai quali è possibile rintracciare il senso di chi ha scattato la foto)
.

11 Ottobre, 2013 0:25